giovedì 28 luglio 2011

PIANI E PARTI DELL'ESSERE

 
IL VITALE
Parte III 

LE FORZE AVVERSE

[...] Ci sono comunque vibrazioni di un tipo particolare che si distinguono per la loro immediatezza e violenza. Il ricercatore se le sentirà piombare addosso improvvise come una mazzata; e in pochi secondi si ritroverà ad essere 'un altro', totalmente dimentico dei suoi fini, dei suoi sforzi, della sua ragion d'essere, come se tutto fosse stato spazzato via, spogliato di senso, distrutto. Sono manifestazioni che chiameremo FORZE AVVERSE.
Si tratta di forze molto coscienti, che sembrano avere come solo fine quello di scoraggiare il ricercatore o di farlo deviare dal cammino intrapreso. Il primo sintomo della loro comparsa è subito percepibile: la gioia si vela, si vela la coscienza e tutto viene avvolto in un'atmosfera di dramma. Quando c'è una sofferenza possiamo stare certi che lì si nasconde il nemico. Il dramma è lo scenario prediletto delle forze avverse, poichè è nel dramma che possono fare più danni. Ma esse hanno dentro di noi un vecchio alleato che, nostro malgrado, ama il dramma anche quando gridiamo 'basta!'. Di solito, la prima cosa che fanno le forze avverse è spingerci a decisioni improvvise, estreme, irrevocabili, che ci allontanino  il più possibile dalla strada che abbiamo scelto: è una vibrazione via via sempre più martellante, che esige di concretizzarsi IMMEDIATAMENTE.
In altri casi si metterà a smontare, con notevole abilità, tutto il meccanismo  della nostra ricerca per dimostrarci che ci stiamo illudendo e che non arriveremo mai a niente. In altri ancora, ed è il caso più frequente, ci faranno cadere in uno stato di depressione, con l'aiuto di un altro ben noto alleato che chiameremo L'UOMO DI DOLORE: un tipo che si ricopre di un settuplice mantello di tragedia e di tristezza e che non sentirebbe nessuna ragione di esistere se non potesse essere immensamente infelice.
Tutte queste vibrazioni di disordine, che chiamiamo la NOSTRA tristezza e i NOSTRI guai, producono subito un risultato: indeboliscono o disfano la nostra distesa di neve protettiva, aprendo appunto la porta alle forze avverse. Le quali hanno mille modi per attaccarci - perchè è proprio di ATTACCHI che si tratta, tanto più accaniti quanto più ci vedono determinati nel perseguire il nostro fine. Se qualcuno crede che sia una esagerazione, vuol dire che non ha mai tentato di progredire.
Finchè avanziamo intruppati nel gregge, infatti, la vita è relativamente facile, coi suoi alti e bassi (mai troppo bassi e nemmeno troppo alti). Ma appena dal gregge cerchiamo di uscirne ecco saltar fuori mille forze che hanno il massimo interesse a farci 'fare come tutti gli altri'. Scopriamo allora quanto la nostra prigione sia ben custodita. Scopriamo anche che siamo capaci di scivolare altrettanto in basso di quanto riusciamo a salire in alto, e che in realtà i nostri abissi sono esattamente proporzionali alle nostre altezze: sono tante le scaglie che ci cadono dagli occhi: Insomma, con un minimo di onestà ci rendiamo conto che siamo proprio capaci di tutto e che, la nostra virtù è pretenzionsa impurità. Bisogna non aver mai fatto un passo fuori dalla personalità di facciata per nutrire qualche illusione in proposito. [...]
La realtà è un po' diversa: dove potrebbe essere il diavolo se non  in Dio? E se non fa parte di Dio, allora in Dio resta ben poco, dato che questo mondo - ma gli altri mondi non sono meglio - è davvero piuttosto malvagio. Non resta quindi granchè di puro, tranne forse un punto matematico, invisibile e senza dimensione. L'esperienza ci mostra però che queste forze perturbatrici hanno un loro posto nell'economia universale e che ci possono disturbare solo a livello della nostra piccola coscienza momentanea, e per giunta con un preciso fine. Prima di tutto sono lì per colpirci nel punto debole dell'armatura: se fossimo saldi e tutti d'un pezzo, non potrebbero sfiorarci neanche per un attimo. In secondo luogo, se invece di star lì a lamentarci e ad accusare il diavolo o la cattiveria del mondo, cominceremo  - grazie proprio alle loro interferenze - a guardarci dentro, ci accorgeremo che ognuno di questi attacchi ha smascherato una delle innumerevoli 'disonestà da uomo onesto'; oppure ha sollevato un poco quei cappottini che ci buttiamo addosso per non vedere. Cappottini, o cappottacci, che non ricoprono solo le nostre pustole, ma quelle di tutti: le piccole insufficienze e le enormi sufficienze di ciascuno. E se a volte le forze perturbatrici ce li strappano di dosso un po' brutalmente non è per caso, o per gratuita malignità, ma per farci vedere chiaro e costringerci ad una perfezione dinanzi a cui recalcitriamo. Perchè, appena afferriamo un filo di verità o un filino d'ideale, noi tendiamo malauguratamente a rinchiuderli a tripla mandata in un'ermetica e infallibile struttura, e a non muoverci più da lì. In altri termini, queste forze poco garbate rappresentano strumenti di progresso sia per ciascun individuo che per il mondo. 'Quel che ti fa cadere a terra è quel che ti fa rialzare', dice nella sua saggezza il Kularnava Tantra. Noi ci lamentiano delle 'catastrofi' apparentemente inutili ed arbitrarie che vengono a colpirci al cuore o nella carne e accusiamo il 'Nemico': ma non sarà magari proprio l'anima - non la mente esterna, ma lo spirito interiore - ad avere accettato e SCELTO tutto ciò come parte del suo sviluppo, per poter attraversare rapidamente le esperienze necessarie, per abbreviarle - durchhauen -, anche a rischio o a prezzo di un grande danno per il corpo e per la vita esteriore? Per l'anima in crescita, per lo spirito dentro di noi, difficoltà, ostacoli e attacchi non possono essere magari un mezzo per crescere, per acquistare nuova forza, per allargare le proprie esperienze, per esercitarsi alla vittoria spirituale? Noi ci scagliamo contro il male: ma se il male non stesse sempre lì ad assediarci e a sfidarci, da un pezzo avremmo inscatolato la Verità eterna in un breviario di piccole virtù, da un bel pezzo l'avremmo sistemata una volta per tutte. La Verità è sempre in movimento, invece, la Verità corre sempre avanti, e i principi delle tenebre servono a vigilare, magari un po' brutalmente, che non si addormenti. Le negazioni di Dio ci aiutano quanto le sue affermazioni, dice Sri Aurobindo. E Mère aggiunse: L'avversario sparirà solo quando non sarà più indispensabile al mondo. Noi sappiamo benissimo che è necessario, come la pietra di paragone lo è per l'oro, per indicarci il nostro grado di verità.
Forse, tutto sommato, Dio non è un puro punto matematico fuori dal mondo. Forse tutto questo mondo è Lui, è Lui tutta questa imperfezione che soffre e fatica per diventare perfetta quaggiù e per ricordarsi di Sè.
Di fronte alle forze avverse il rimedio è lo stesso che per le altre vibrazioni: il silenzio, un'immobilità interiore che lasci passare l'ondata. Forse non riusciremo a far sparire subito gli attacchi; ma sempre di più ci sembreranno toccare soltanto la superficie del nostro essere. Potremmo magari scuoterci, sconvolgerci; ma sentiremo, in fondo a noi, quel 'testimone' che non viene scalfito da nulla - che non è mai scalfito - e che non soffre mai. Cadremo e ci rialzeremo di nuovo, ma ogni volta saremo diventati più forti. il solo peccato è lo scoraggiamento. In pratica, il ricercatore dello yoga integrale sarà molto più esposto degli altri (sarà una BATTAGLIA), perchè vuole TUTTO INGLOBARE NELLA SUA COSCIENZA, senza scartare niente, perchè sa che non esiste solo un passaggio da forzare per andare verso la beatitudine superiore, o solo un guardiano del tesoro da sconfiggere; ma molti passaggi, a destra e a sinistra, in alto e in basso, a tutti i livelli dell'essere, e che i tesori da scoprire sono più d'uno. [...]
Continua..
Tratto da: L'Avventura della Coscienza - Satprem










sabato 16 luglio 2011

PIANI E PARTI DELL'ESSERE


IL VITALE 
Parte II
L'Abitudine di rispondere

La prima cosa che il ricercatore distinguerà nell'esplorare il proprio vitale sarà una frazione di mente che sembra avere la sola funzione di dare forma (e giustificazione) ai suoi impulsi, ai suoi sentimenti, ai suoi desideri: quella che da ora in poi chiameremo MENTE VITALE. Ma, avendo già visto la necessità di far silenzio nella mente, il ricercatore estenderà tale disciplina anche a questo strato mentale inferiore. Di lì in poi comincerà a vederci chiaro: prive dei loro abbellimenti mentali, le diverse vibrazioni° dell'essere gli si riveleranno nel loro aspetto vero e al loro vero livello. Soprattutto, le vedrà arrivare. In questa distesa di silenzio ch'egli ormai rappresenta, i minimi movimenti di sostanza mentale - oppure vitale o di altri piani - saranno per lui altrettanti segnali; e se qualcosa tenterà d'infiltrarsi nella sua atmosfera se ne accorgerà subito. Spontaneamente si renderà conto allora della quantità di vibrazioni che tutti emanano di continuo senza neanche accorgersene, saprà chi è e da dove viene la persona che ha di fronte (un aspetto impeccabile non ha il più delle volte niente a che vedere con la piccola realtà vibrante che sta dietro). Allora i suoi rapporti col mondo diventeranno chiari, capirà perchè prova certe simpatie e certe antipatie, certi timori o malesseri, e potrà così mettere ordine nelle proprie reazioni, rettificarle: accettare le vibrazioni che sono di aiuto, rifiutare quelle che intorbidano, neutralizzare quelle che vengono per nuocere. E si renderà conto di un fenomeno molto interessante: il silenzio interiore ha un potere. Se invece di rispondere alla vibrazione in arrivo resterà nella più assoluta immobilità interiore, vedrà quell'immobilità DISSOLVERE le vibrazioni; come se fosse circondato da una distesa di neve dove urti e colpi sprofondano. Prendiamo il semplice esempio della collera: se invece di metterci a vibrare all'unisono con chi è in collera riusciremo a restare interiormente immobili, a poco a poco vedremo la collera di chi ci sta di fronte dissolversi come fumo. Mère faceva notare che l'immobilità interiore, il potere di non rispondere, può anche fermare il braccio dell'assassino o lo scatto del serpente. Solo che non si tratta di mettersi una maschera di impassibilità mentre dentro tutto ribolle: con le vibrazioni non si bara, come lo sentono benissimo gli animali; non si tratta di inalberare una 'padronanza di sè' che è solo padronanza delle apparenze, ma di un vero dominio interiore. E' un silenzio che può annullare qualsiasi vibrazione: per la semplice ragione che tutte le vibrazioni, di qualunque tipo, sono CONTAGIOSE (sia le vibrazioni più basse che le più alte, si badi bene: ecco come mai il guru può trasmettere al discepolo le proprie esperienze spirituali o i propri poteri). Dipende da noi o meno accettare il contagio: se abbiamo paura, vuol dire che abbiamo già accettato il contagio e quindi abbiamo già accettato il morso del serpente o il colpo dell'assassino [...]
Lo stesso accade per le sofferenze fisiche: come si può farsi contagiare da vibrazioni dolorose, così si può circoscriverne il punto e magari, a seconda del grado di padronanza raggiunto, annullare la sofferenza, cioè disinnescare la coscienza dal punto del malato. La chiave della padronanza è sempre il silenzio, a tutti i livelli; nel silenzio infatti è possibile distinguere le vibrazioni; e distinguere vuol dire averne il dominio. Numerosissime sono le applicazioni pratiche e numerosissime le occasioni di progresso. Quella vita di tutti i giorni che viviamo tanto incoscientemente può diventare così un immenso campo di esperienza e di uso consapevole delle vibrazioni. Ecco perchè si insiste che il luogo dello yoga sia la vita stessa: stando soli è facilissimo illudersi di aver raggiunto il dominio di sè. 
Ma il potere del silenzio, o dell'immobilità interiore, ha applicazioni molto più importanti, sopratutto nella vita psicologica. Il vitale, lo sappiamo, è sede di svariati disordini e miserie, ma è anche una fonte di grande forza; si tratta quindi - un poco come nella leggenda indiana del cigno che separa l'acqua dal latte - di estrarne la forza di vita evitando le complicazioni che la vita porta con sè, e al tempo stesso senza recluderci dalla vita. Bisogna dire che le vere complicazioni non vengono tanto dal vitale in sè, quanto dall'uso che ne facciamo noi: tutte le circostanze esteriori sono infatti l'immagine speculare di quello che siamo. Ma la più grande difficoltà viene dal fatto che, erroneamente, noi ci identifichiamo col vitale e con tutto ciò che ne proviene. Il vitale dice: le 'mie' pene, la 'mia' depressione, il 'mio' temperamento, i 'miei' desideri, credendo di essere tutti quei piccoli io che in realtà non sono affatto lui. Certo, se noi continuiamo ad essere convinti che tutte quelle piccole storie siano la nostra storia, allora ovviamente non c'è altro da fare che sopportare la bella famigliola vitale con tutte le sue crisi. Ma se siamo in grado di far silenzio dentro, ci appare subito chiaro che tutte quelle vicende non sono affatto le nostre: tutto viene da fuori, lo sappiamo. Solo che noi, sintonizzandoci sempre sulla stessa lunghezza d'onda, ci lasciamo invadere da tutti i contagi. Ad esempio, ci troviamo in compagnia di Tizio o di Caio, in noi c'è silenzio e immobilità (il che non ci impedisce di parlare e di agire normalmente), e di colpo ecco che in questa trasparenza sentiamo qualcosa che ci tira o che cerca di entrarci dentro, come una pressione o una vibrazione intorno a noi che può anche tradursi in un indefinibile malessere. Se la vibrazione ce la fa ad entrare, in pochi minuti ci ritroviamo a lottare con una depressione o un desiderio, con un'agitazione o una febbre: siamo stati contagiati. A volte non sono soltanto semplici vibrazioni che ci piombano addosso, ma vere ondate. Non occorre necessariamente stare assieme a qualcuno perchè succeda: possiamo isolarci in cima all'Himalaya e ricevere lo stesso le vibrazioni del mondo.Da dove viene allora la NOSTRA agitazione, il NOSTRO desiderio, se non dall'abitudine di farci agganciare di continuo dagli stessi impulsi? Ma il ricercatore che ha coltivato il silenzio non si lascia più intrappolare da questa FALSA IDENTIFICAZIONE e finisce per sentire intorno a sè quello che chiameremo il circumcosciente, ovvero COSCIENZA CIRCOSTANTE, una distesa di neve che ci circonda e che può esser incredibilmente luminosa, forte e sicura, o che invece può oscurarsi, corrompersi (o anche disintegrarsi totalmente) a seconda del nostro stato interiore. E' una specie di atmosfera individuale o di GUAINA PROTETTIVA abbastanza sensibile da farci sentire ad esempio che si sta avvicinando qualcuno, o da farci evitare un incidente nell'istante in cui sta per piombarci addosso; ed è proprio in questa coscienza circostante che potremo sentire e fermare le vibrazioni psicologiche PRIMA che ci entrino dentro.
Di solito sono così abituate ad entrare dentro di noi come a casa propria, per affinità, che non le sentiamo neanche più arrivare: il meccanismo attraverso cui ce ne appropriamo e ci indentifichiamo con loro scatta immediatamente. Ma il silenzio interiore produce una trasparenza sufficiente a vederle arrivare, sicchè allora uno può fermarle e respingerle.
A volte le vibrazioni respinte restano a vagare nel circumcosciente, aspettando la prima occasione per precipitarsi dentro di noi, al punto che potremo sentire con estrema chiarezza la collera, il desiderio, la depressione girarci attorno; ma, a forza di essere respinte, perderanno vigore, finchè ci lasceranno in pace. Il collegamento è stato finalmente interrotto. E con sorpresa un bel giorno constateremo che certe vibrazioni che ci sembravano ineluttabili non ci toccano più. Ci passeranno davanti come uno schermo cinematografico, svuotate di qualsiasi potere; e potremo osservare con curiosità le piccole malintenzionate ritentare il loro gioco. Oppure ci accorgeremo che certi stati psicologici ci assalgono a ore fisse, o si ripetono ciclicamente: sono quelli che chiameremo FORMAZIONI, cioè amalgami di vibrazioni che per reiterata abitudine finiscono per acquisire una sorta di personalità indipendente. Vedremo come queste formazioni, una volta che ci hanno agganciati non ci mollano finchè non hanno svuotato il sacco fino in fondo, ossessive come un disco che gira e gira su un grammofono. Sta a noi decidere se 'lasciarlo suonare' oppure no. Le esperienze possibili sono migliaia, è tutto un mondo di osservazioni; ma la scoperta essenziale che avremo fatto è che in tutta la faccenda, di NOI c'è ben poco, tranne L'ABITUDINE DI RISPONDERE. [...]
A dispetto di tutte le nostre 'sagge' massime, la natura umana PUO' essere cambiata. Non c'è niente nella coscienza o nella natura di fissato una volta per sempre, tutto è soltanto un gioco di energie e vibrazioni che a forza di ripetersi regolarmente ci dà l'illusione di una necessità 'naturale'. Proprio perciò lo yoga presuppone la possibilità di un capovolgimento totale delle regole che comunemente governano le reazioni della coscienza.
Scoperto il meccanismo, avremo contemporaneamente trovato il giusto metodo per dominare il vitale, un metodo non di tipo chirurgico ma pacificatore. Non diminuiremo di sicuro le difficoltà vitali combattendole vitalmente: la lotta esaurirà le nostre energie, ma non certo la loro esistenza universale. E' da un'altra posizione che avremo partita vinta: neutralizzandole in una pace silenziosa. Se siamo in pace, ripulire il vitale diventa facile. Se invece stiamo lì solo a pulire e pulire senza fare nient'altro il progresso sarà molto lento, perchè il vitale si sporcherà di nuovo e bisognerà rimettersi a pulirlo centinaia di volte. la pace è qualcosa di pulito di per sè, perciò essere in pace è un modo di positivo di assicurarsi il risultato. Cercare soltanto lo sporco e ostinarsi a pulirlo è un metodo negativo.

° "La visione vera elimina sempre più qualunque nozione di bene e di male, di buono e di cattivo, di superiore e inferiore e via dicendo; c'è solo quella che potrei chiamare una differenza di qualità vibratoria..." "Non si tratta di un problema di tipo psicologico: si tratta solo di vibrazioni" Agenda Mère Vol. 4
"Tutto è strettamente interdipendente. E una vibrazione da qualche parte ha conseguenze TERRESTRI.." "La 'salute' non esiste neanche, non vuol dire niente.. 'malattia' non vuol dire più niente,... sono solo deformazioni di vibrazioni..." 
CONTINUA...
Tratto da: Sri Aurobindo L'avventura della Coscienza - Satprem









venerdì 1 luglio 2011

PIANI E PARTI DELL'ESSERE


Oggi proveremo a toccare il delicato settore del Vitale; critico ma sopratutto strategico piano dell'esistenza umana, il Vitale si situa come crocevia tra l'azione vera e propria legata perlopiù alle abitudini, e l'ideale di azione coniugato all'iniziativa mentale (anche quella ahimé, col\legata all'inerzia attitudinale)! 
Da un'osservazione del genere possiamo trarre una quantità di conclusioni interessanti. Quella di maggiore evidenza è che più uno diventa cosciente sulla terra, cioè più sale nella scala della coscienza avvicinandosi all'Origine, più avvicina all'Origine la terra stessa, annullando i determinismi deformanti dei piani intermedi. Ciò può avere non solo notevoli conseguenze individuali sul dominio e la trasformazione della nostra vita, ma anche conseguenze generali sulla trasformazione del mondo. 
Molto si è discusso sul problema della libertà e del determinismo; ma è un problema mal posto: non è una questione di libero arbitrio o di determinismo, ma di libertà E di una quantità di determinismi. L'uomo è soggetto ad una serie di DETERMINISMI SOVRAPPOSTI (fisico, vitale, mentale e oltre ancora), sicchè il determinismo di ogni piano può modificare o annullare quello del piano immediatamente sottostante. Per esempio, nel microcosmo individuale una buona salute fisica e una predisposizione alla longevità possono essere modificate dal determinismo vitale delle 'nostre' passioni e sregolatezze, che può a sua volta esser modificato dal determinismo mentale della volontà e degli ideali; il quale può da parte sua essere modificato dalla legge più grande dello psichico, e così via. La libertà consiste nella possibilità di passare ad un piano superiore. E così è per il destino della terra: i microcosmi e il macrocosmo sono mossi dalle medesime forze. E se noi che siamo il punto di intersezione di tutti i determinismi nella Materia, sappiamo elevarci ad un piano di coscienza superiore, contribuiamo automaticamente con ciò a modificare tutti i determinismi inferiori e a far accedere la terra ad una più grande libertà.
Ma perchè proprio la fetta del Vitale? Il Vitale perchè oltre ad esistere come intersezione con la materia più brutale, rappresenta pure la porta magica per trasformare la nostra bio-tipologia tra corpo e psiche! Non di certo un lavoro semplice e gradevole si prospetta all'orizzonte.. Analizzeremo quindi con calma tutte le più critiche aree di questo svalutato centro dell'essere. Non demordete quindi e anche se molto vi sembra impossibile: buon lavoro!
 




 IL VITALE
parte I
I limiti della morale

C'è UNA ZONA del nostro essere che è fonte di grosse difficoltà e insieme di un grande Potere. Fonte di difficoltà perchè disturba le comunicazioni dall'esterno o dall'alto, opponendosi freneticamente ai nostri sforzi di silenzio mentale, e invischia la coscienza in occupazioni e preoccupazioni meschine impedendole di muoversi liberamente verso più alte regioni; fonte di potere perchè fa affiorare in noi una grande forza di vita. Stiamo parlando della zona che sta fra il cuore e il sesso e che chiameremo VITALE.
E' la zona di tutte le confusioni: dove il piacere si mescola inestricabilmente alla sofferenza, la pena alla gioia, il male al bene, la commedia alla verità. In questa zona pericolosa le varie spiritualità del mondo hanno incontrato tante difficoltà che han preferito farci una bella croce sopra e lasciarne sussistere soltanto le cosiddette emozioni religiose: il neofita è invitato a rifiutare tutto il resto. E tutti sembrano essere d'accordo: la natura umana è intrasformabile. Ma questa chirurgia morale, presenta un doppio inconveniente, perchè da un lato non purifica niente, in quanto le emozioni dall'alto, per raffinate che siano, inquinano come le emozioni inferiori, per la buona ragione che sono sentimentali e parziali; d'altro canto si tratta di una chirurgia che non estirpa veramente, ma accantona, di modo che in sessant'anni di vita ce ne spettano quaranta di morale diurna e venti d'immoralità notturna: curiosi rendiconti.). In altre parole, la morale non può penetrare oltre i limiti della piccola personalità di facciata.
Perciò non è una disciplina morale e radicale che dobbiamo imporre al nostro essere, ma una disciplina spirituale e integrale, che rispetterà ogni parte della nostra natura, liberandola però dalle scorie. Perchè in realtà non esiste un male assoluto da nessuna parte: esistono solo miscugli di bene e di male.
Del resto, il ricercatore non pensa (se ancora 'pensa') in termini di bene e di male, ma solo in termini di esattezza o d'inesattezza. Il navigante che intende trovare le coordinate di rotta non ricorre al suo amore per il mare, ma usa un sestante, stando bene attento che lo specchio del sestante sia pulito. Così, se il nostro specchio sarà appannato non vedremo niente della realtà degli esseri e delle cose, perchè ritroveremo dappertutto l'immagine dei nostri desideri e dei nostri timori, dappertutto l'eco del nostro chiasso: non solo in questo mondo, ma in tutti i mondi, nella veglia, nel sonno e nella morte. 
Ovviamente, se vogliamo VEDERE uno spettacolo non possiamo mica restare in palcoscenico. Perciò il ricercatore saprà distinguere fra ciò che intorbida la visibilità e ciò che la rende più precisa: sarà essenzialmente questa la sua 'morale'.
 (tratto da: L'Avventura della Coscienza - Satprem)
Continua..



lunedì 6 giugno 2011

L'AVVENTURA DELLA COSCIENZA

PIANI E PARTI DELL'ESSERE
Parte I
Nella scellerata collocazione umana in ambito terrestre, notiamo sempre più spesso quanto l'individuo tenda a rimanere decentrato dalle 'cose' che lo circondano. A partire dalle sue abitudini mentali (catalogare, supporre, dubitare), a quelle espressamente più fisiche (come la difesa del territorio e dei propri spazi vitali). 
Tanto per esser chiari, l'uomo esiste come Unità nell'ambito planetario e, termini come estremo oriente, Nord, Sud etc.., mal si collocano in ambito costruttivo-evolutivo, distraggono perlopiù, screditando ulteriormente la nostra indole univoca in qualcosa di dispersivo.
Quindi l'uomo andrebbe visto come un tutt'uno, una coscienza unica integrata con il resto di questo misterioso corpo/terra. Tuttavia l'uomo è anche molto altro in Sè; l'uomo e le sue potenzialità, non maturano altro che un'osmosi con la Coscienza di Verità verso la quale ci stiamo direzionando. Proprio per questo la separazione che esso avverte in se stesso assume toni legittimabili: perlomeno analizzati concettualmente! 
Il nostro corpo avverte - quindi, seppur morbidamente, un certo distinguo tra alto e basso, tra evoluto ed involuto, ciònonostante non mutua la sua esistenza in una ricerca d'insieme.
Oggi tenteremo di far incontrare queste due così innegabili antinomie, di ricreare quell'armonia nel terreno reso poco fertile dall'Ignoranza umana.
FABBRI MARCO

[...] Non esiste in effetti nessuna separazione SE NON PER LA NOSTRA INCOSCIENZA, e i due mondi (o piuttosto questo mondo qui e gli innumerevoli altri) coesistono sempre, sono costantemente mescolati; è solo un certo modo di percepire LA STESSA COSA a farci dire in un caso 'sono vivo' nell'altro  'sono morto' oppure 'sto dormendo' (certo, se siamo abbastanza coscienti da poterlo dire e da potercene rendere conto); così come possiamo avere esperienze diverse di uno stesso oggetto a seconda del livello a cui l'osserviamo: atomico, molecolare o esterno. Insomma l'ALTROVE sta sempre e dovunque davanti a noi. Noi abbiamo attribuito un valore unico ed esclusivo a ognuno dei vari simboli che formano la nostra vita fisica esterna solo perchè ci stanno sotto al naso; ma questi simboli non sono più validi (nè meno validi) degli altri simboli che costituiscono la nostra vita extra-fisica: la realtà atomica di un oggetto nulla toglie alla sua realtà esterna nè può venirne separata, e viceversa. Non solo i simboli degli altri piani sono validi quanto quelli fisici, ma per noi è impossibile capire davvero i simboli quotidiani finchè non ne conosciamo TUTTI gli altri simboli. Senza conoscere gli altri piani della realtà la conoscenza del comune mondo umano resterà sempre falsa e incompleta quanto lo sarebbe uno studio del mondo fisico da parte di chi non conoscesse le componenti molecolari, atomiche e subatomiche della materia. Non capiremo mai niente finchè non avremo capito tutto.
C'è quindi una gradazione infinita di realtà coesistenti e contemporanee, su cui il sonno ci apre uno spiraglio naturale. Insomma, se usciamo dalla classificazione superficiale vita-morte-sonno per entrare in una classificazione essenziale dell'universo, ci rendiano conto che questo universo è da cima a fondo (finchè esistono per noi cime e fondi) un unico CONTINUUM  di coscienza-forza, una gamma di PIANI DI COSCIENZA che si estendono senza interruzione dalla Materia più materiale al puro Spirito - Fisico sottile, Vitale, Mentale, Sopramentale (chiamiamoli come ci pare, il fatto resta identico). Ed è su questi piani che si svolge tutto: la vita come il sonno e la morte. Non c'è nessun altro luogo dove possiamo andare; e non soltanto tutto si svolge lì, ma tutto vi coesiste senza separazioni. Vita, morte, sonno sono semplicemente diverse POSIZIONI della coscienza all'interno di questa scala di piani. In stato di veglia le vibrazioni mentali o vitali che riceviamo si traducono in certi simboli, in certi modi di vedere, di capire o di vivere; quando siamo addormentati o 'morti' riceviamo le STESSE vibrazioni (mentali, vitali o altre ancora) che si traducono però in altri simboli, in altri modi di vedere, di capire o di vivere LA STESSA REALTA'. 
Comunque, la chiave dell'esistenza, su questo come su altri piani, è sempre la capacità di essere coscienti: se siamo incoscienti nella vita di tutti i giorni lo saremo comunque su qualsiasi piano; la morte sarà allora davvero morte e il sonno uno stordimento e basta. Quindi, nostro compito fondamentale è prendere coscienza dei diversi piani della realtà. Una volta portato a termine questo lavoro, spariranno tutte le linee di demarcazione che separano artificialmente i vari modi di vita e potremo passare senza interruzione o senza vuoti di coscienza dalla vita al sonno o alla morte. O meglio: non esisteranno più un sonno e una morte come li intendiamo ora, ma solo modi diversi di percepire la Realtà totale, senza soluzione di continuità. Anzi, esiste forse una coscienza integrale in grado di percepire tutto simultaneamente. La nostra evoluzione non è giunta al termine. La morte non è una negazione della vita (la morte NON è il contrario della vita, non è il contrario della vita!), è un processo della vita.
Questa vita fisica in un corpo fisico assume perciò un'importanza particolare fra tutti i nostri modi di vivere, perchè è proprio nella vita fisica che noi possiamo diventare coscienti - è il POSTO DI LAVORO, è il punto in cui tutti i piani si incontrano in un corpo. Il posto di lavoro in quanto è il punto zero, o poco più di zero, dell'evoluzione; e perchè proprio partendo dal corpo, lentamente attraverso vite innumerevoli, si è formato un 'io' dapprima indifferenziato che ha cominciato ad individualizzarsi, diventando progressivamente coscienti di piani sempre più elevati, incontrando su ogni piano distese sempre più vaste di coscienza. Stando così le cose, ci saranno tanti tipi di morte o di sonno quanti tipi di vita: vita e morte sono la stessa cosa. [...]
Abbiamo già detto come l'uomo sia costituito da un certo numero di centri di coscienza che si estendono dalla cima del capo fino giù in basso. Ognuno di questi centri, un po' come un apparecchio radio sintonizzato su determinate lunghezze d'onda, è collegato con certi piani da cui riceviamo di continuo, quasi sempre inconsapevolmente, vibrazioni di ogni tipo: fisiche sottili, vitali, mentali (o più alte ancora, come anche più basse), le quali determinano il nostro modo di pensare, di sentire e di vivere. La coscienza individuale agisce come un filtro che lascia passare certe vibrazioni piuttosto che altre, a seconda dell'ambiente, dell'educazione, delle tradizioni, ecc. Come principio generale, al momento di addormentarsi o di morire ognuno di noi andrà nei luoghi coi quali avrà stabilito un certo legame di affinità. Questo però succede soltanto ad uno stadio elementare in cui la coscienza non è ancora realmente individualizzata, anche se può essere mentalmente molto raffinata. Si tratta in genere di una coscienza che pensa quel che pensano gli altri, sente quel che sentono gli altri, vive come vivono gli altri: in realtà si tratta solo di un aggregato temporaneo, che, essendo incentrato totalmente sul corpo, ha come unica continuità quella del corpo.
Così, quando questo agglomerato corporeo muore, tutto si sparpaglia in piccoli frammenti vitali, mentali, ecc., i quali, non avendo più un centro, raggiungono i rispettivi piani. E quando questo agglomerato si addormenta, più o meno tutto piomba nel sonno, dato che in realtà gli elementi non corporei (vitali, mentali, ecc.) esistono solo a causa e in funzione della vita corporale. [...]
In altri termini, la coscienza ritorna al suo passato evolutivo; da qui riceverà un mucchio di immagini caotiche, costituite dalla fantasiosa combinazione d'innumerevoli frammenti di ricordi e impressioni. Oppure continuerà, in modo più o meno confuso, le attività consuete di veglia, per scivolare poi in un passato ancora più remoto, vegetativo o larvale, che costitirà il sonno vero e proprio, simile appunto a quello delle piante o degli animali. Ci vorranno tante e tante altre tappe prima che si formi veramente un centro psichico con la sua coscienza-forza, dando coerenza e continuità a questo volatile coacervo. [...]


Tratto da:  Sri Aurobindo - L'Avventura della Coscienza (Satprem)
















martedì 26 aprile 2011

IL SENSO DELLA VITA ./. 2*


BARRICATE 2

Nella prima parte di questo scritto, abbiamo focalizzato l'attenzione sulla necessità di concentrarci di più sui messaggi che il nostro 'Corpo Reattivo' tende a manifestare; allo stesso tempo abbiamo cercato di far luce sull'aspetto cocente del rispetto, verso cui la nostra superficie individualizzata riversa le proprie risonanze. Maturata una simile convinzione, abbiamo il dovere di riconoscere geograficamente cosa e dove queste suggestioni hanno più presa. Il convincimento generale (e purtroppo anche quello marginale) che lo stato reattivo sia frutto di un'ipnosi collettiva, di un'evidenza antropologica, non ci è di grande aiuto; una riprova di questo la abbiamo analizzando la nostra forma mentale e la sua considerevole attitudine a creare strutture immaginative di non poco conto. Ad ogni modo non solo l'apparato cognitivo è in grado di supporre una certa creatività, pure le zone intermedie ed estreme del nostro corpo sono in grado di interagire coi precetti suggestivi che esso trasmette!
Ogni reparto – situato, del nostro strumento fisico, valuta (per così dire) l'intenzione evolutiva di espandersi attraverso la materia e, in qualche modo, fondersi con la sua insondata coscienza involuta. L'inerzia stessa, simbolo ancorpiù perentorio di una struttura materica conclamata, trasmette così alle forme più involute di una coscienza cellulare, le suggestioni come oggi le riconosce (in modo molto abbozzato) la psicologia classica... ovvero come 'disordini subconsci'.! Per fare un po' più di chiarezza nell'ambito settoriale delle parti dell'essere, trovo di grande stimolo esporre l'argomento tramite una figura storica che ha dedicato tutta la sua esistenza su questo mai così attuale quesito: Chi siamo in Verità?

Fabbri Marco

[…] In un certo senso noi non siamo altro che una massa
intricata di abitudini mentali, nervose e fisiche tenute insieme da
poche idee-guida, da certi desideri e associazioni: un amalgama
di tante piccole forze ripetitive e di poche vibrazioni
fondamentali. [...]
La Sintesi degli Yoga (Sri Aurobindo)




IL CICLO UMANO
Frammenti scelti tratti dal libro di Sri Aurobindo (Il ciclo umano- 1914).
Lucida trasposizione teosofica-filosofica tra il rapporto umano e le conseguenze sociali che
accompagnano e hanno accompagnato la “nostra” spesso inconsapevole crescita spirituale
nell’ultimo secolo.
Distinzione valida e attenta sulle varie parti dell’essere umano. Indispensabile compendio didattico
e versatile contributo nell’azione mentale dell’apprendimento di ciascuno.

 
1. Sri Aurobindo distingue quattro parti nell’essere: La mente, il vitale, il fisico e lo psichico. La mente è la parte pensante: l’uomo è essenzialmente un essere pensante. Con il termine “vitale” Sri Aurobindo indica quella parte dell’essere che è sede degli impulsi, desideri, appetiti, passioni e istinti, mentre il fisico indica le attività e reazioni proprie del corpo. Per quanto riguarda il termine “psichico”, Aurobindo gli dà un significato molto preciso: esso designa l’anima, l’elemento permanente che racchiude la scintilla divina (e che secondo la tradizione indiana, si reincarna).
Ciascuna di queste parti dell’essere, sottolinea Aurobindo, hanno una loro coscienza propria, un’individualità complessa e una formazione naturale indipendente dal resto. La mente, il vitale e il fisico sono semplici strumenti al servizio del nostro psichico e devono normalmente portare alla sua scoperta.
2. Avendo distinto quattro livelli nell’essere: la mente, il vitale, il fisico e lo psichico, Aurobindo precisa che i livelli vitale e fisico hanno anch’essi una coscienza propria e una mente di cui si servono per organizzare, giustificare o affermare le loro attività: impulsi, desideri, necessità, emozioni o passioni.
3. Aurobindo distingue la conoscenza psichica dalla conoscenza mentale. La conoscenza psichica è una conoscenza diretta, immediata e totale: conosciamo una cosa o una persona perché siamo questa cosa o questa persona. E’ una conoscenza per identità e poggia sull’unità profonda dell’esistenza. La mente, invece, comincia col proiettare il mondo e le cose fuori da se stessa, per dover in seguito imparare indirettamente e frammentariamente ciò che ha esiliato dal proprio essere. E’ una conoscenza per differenze e poggia sulla divisione dell’esistenza. La conoscenza psichica o conoscenza dell’anima porta quindi ad una conoscenza vera, una conoscenza d’insieme che oltrepassa i limiti di spazio e tempo e lo stampo stretto del corpo in cui l’uomo è rinchiuso. Scoprire l’essere psichico significa conoscere la vera legge del nostro essere e della nostra azione, la verità profonda della nostra esistenza e del mondo.
4. Ricordiamo che Aurobindo chiama “essere vitale” quella parte dell’uomo sede dei desideri, degli impulsi, delle passioni, dei sentimenti o degli appetiti. La parte vitale dell’uomo ha una sua coscienza propria, indipendente dalla sua coscienza mentale. Anche l’essere fisico ha una sua coscienza, indipendente dal vitale e dalla mente.
5. Aurobindo distingue vari livelli della mente: i livelli superiori o sovracoscienti, che chiama rispettivamente (in ordine discendente): sovramente, mente intuitiva, mente illuminata, mente superiore, mente comune o mente pensante e i livelli inferiori che costituiscono la base evolutiva della mente: La mente vitale, la mente fisica e la mente cellulare. La mente fisica è una specie di prima “mentalizzazione” della Materia: è una mente meccanica, ripetitiva, microscopica, che registra tutto e ripete ostinatamente le sue minuscole esperienze, i suoi timori, le sue paure, le sue “saggezze”. Tramite essa la mente si è dapprima fissata nella Materia, ma le sue tendenze “fissative” sono un ostacolo considerevole allo sviluppo della coscienza e sono causa di molte malattie ricorrenti.
6. La mente ordinaria nell’uomo non è proprio la mente pensante in senso stretto, è una mente vita, è, potremmo dire, una mente vitale, che ha imparato a pensare e persino a ragionare, ma per propri fini e su proprie linee, non su quelle di una vera mente di conoscenza.
7. Per Aurobindo, le divisioni della coscienza seguono l’ascesa evolutiva, e ciò sembra logico poiché è proprio nella Materia e a partire da essa che si sono sviluppati livelli di coscienza sempre più elevati. L’inconscio rappresenta quindi la nostra base materiale e corporea (ma questa “coscienza” nasconde una coscienza segreta che diventa progressivamente cosciente di se stessa nel corso dell’evoluzione). Il subconscio rappresenta i livelli inferiori dell’evoluzione, subcoscienti o imperfettamente coscienti: è il nostro passato evolutivo. Il sovracosciente rappresenta i livelli di coscienza che non sono ancora entrati nella nostra coscienza normale tranne in rare eccezioni o in momenti particolari: è il nostro avvenire evolutivo.
8. L’uomo, non possedendosi, ma solo cercando di trovarsi, non sapendo consciamente, ma obbedendo solo subconsciamente o semiconsciamente alle intimazioni della legge della propria natura, con inciampi, esitazioni e deviazioni e con una serie di violenze fatte a sé e agli altri, ha
dovuto farsi strada tra un intrico di verità e di errore, di giusto e di sbagliato, di costrizioni e rivolte e maldestri adattamenti; egli non ha ancora né la vastità di conoscenze, né la flessibilità di mente né la purezza di carattere che gli permetterebbero di seguire la legge della libertà e dell’armonia anziché quella della discordia e dell’irregimentazione, della costrizione, dell’accomodamento e della contesa. Eppure quello è proprio il compito di un’era soggettiva in cui la conoscenza aumenta e si diffonde con rapidità senza precedenti, in cui la capacità si generalizza, gli uomini e le nazioni si avvicinano, ed in parte si uniscono (sia pure in un inestricabile e confuso groviglio di caotica unità) e vengono costretti a conoscersi fra loro e conoscere più a fondo se stessi, l’umanità, Dio e il mondo, in cui l’idea di autorealizzazione per gli uomini e le nazioni viene consapevolmente in superficie; è il compito naturale, e dovrebbe essere la consapevole speranza dell’uomo di tale era, di conoscersi veramente, di trovare la legge ideale del suo essere e del suo sviluppo e, se neppure allora può seguirla idealmente a causa delle difficoltà della sua natura egoistica, nondimeno deve mantenerla davanti a sé e trovare a poco a poco il modo in cui possa diventare sempre più il principio formatore della sua esistenza individuale e sociale.
9. La conoscenza dev’essere aggressiva, se vuole sopravvivere e perpetuarsi: lasciare sotto o intorno ad essa una vasta ignoranza significa esporre l’umanità al perenne rischio di una ricaduta nelle barbarie.
10. Gli atomi e gli elementi organizzano la Materia brutta, la pianta sviluppa l’essere vivente, l’animale prepara e porta ad un certo tipo di organizzazione meccanica il materiale grezzo della Mente; ma l’ultima opera – la conoscenza ed il controllo di tutte queste cose, nonché l’autoconoscenza e l’autocontrollo – è stata riservata all’uomo essere mentale della Natura. Perché egli possa compiere meglio il lavoro che essa gli ha dato, la Natura lo costringe a ripetere fisicamente, e fino ad un certo punto mentalmente, certi stadi della sua evoluzione animale; e anche quando egli è in possesso del proprio essere mentale, essa lo induce continuamente a soffermarsi con interesse e persino con un certo assorbimento, sulla Materia, la Vita, il proprio corpo, e la propria esistenza vitale. Ciò è necessario per la vastità dei progetti che la Natura ha su di lui. Il piano naturale assorbimento dell’uomo nel corpo e nella vita è ristretto e privo di intelligenza; man mano che aumentano la sua intelligenza e la sua forza mentale, egli comincia a liberarsi, a potere salire più in alto, pur rimanendo legato alle sue radici vitali e materiali del bisogno e del desiderio; deve quindi ritornare su queste ma con maggiore curiosità, con un più grande potere di utilizzazione, con uno scopo sempre più altamente mentale, e infine sempre più spirituale. I cicli umani sono infatti come tante spirali di una crescente ma ancora imperfetta armonia e sintesi, e la Natura riporta l’Uomo bruscamente indietro ai propri principi originali, talvolta persino a qualcosa di simile alle proprie condizioni primitive, in modo che egli possa ricominciare da capo su una più ampia curva di progresso e di autorealizzazione.
11. Infatti l’idealista, il pensatore, il filosofo, il poeta e l’artista e persino il moralista, tutti coloro che vivono principalmente nell’astrazione quando si trovano a tu per tu con i problemi della vita pratica sembrano essere piuttosto in imbarazzo, e vengono sistematicamente sconfitti ogni volta che tentano di governare la vita con le loro idee. Essi esercitano sì una forte influenza, ma in modo indiretto, più gettando le loro idee nella Vita (la quale le utilizza come vuole la Volontà segreta nascosta in essa), che non con un’azione diretta e sufficientemente ordinata. Non che l’empirico puro, ossia l’uomo pratico, riesca meglio con la sua azione diretta, perché anche quella viene presa dalla volontà segreta nella vita e rivolta a tutt’altri fini di quelli che l’uomo si era prefisso. Anzi gli ideali e gli idealisti sono necessari, gli ideali sono il sapore e la linfa della vita, e gli idealisti i più potenti divinatori e collaboratori dei suoi propositi. Ma riducete l’ideale a sistema, ed ecco che comincia a venir meno; applicate le regole generali e le idee fisse sistematicamente, come farebbe il dottrinario, e la vita quanto prima irrompe, o sfugge alla loro presa, o trasforma il sistema, anche mentre esiste nominalmente, in qualcosa che l’ideatore stesso non riconoscerebbe e forse ripudierebbe come la vera contraddizione dei principi che egli cercava di eternare.
12. L’uomo infatti non vive per la sola conoscenza; la vita nel suo significato più ampio è la sua principale preoccupazione, ed egli ricerca la conoscenza per la sua utilità alla vita molto più che per il puro piacere di acquisire conoscenza. Ma è proprio in questo porre la conoscenza al servizio della vita che l’intelletto umano cade in questa confusione e in quell’imperfezione che insegnano ogni azione umana. Fintanto che perseguiamo la conoscenza per se stessa, non c’è niente da dire: la ragione svolge la sua funzione naturale; essa esercita sicuramente il suo massimo diritto.
Nel lavoro del filosofo, dello scienziato, del sapiente, che si sforzano di aggiungere qualcosa al bagaglio delle nostre conoscenze verificabili, vi è una purezza ed una soddisfazione altrettanto perfette quanto in quello del poeta e dell’artista che creano forme di bellezza per il godimento estetico della razza. Qualunque errore e limite individuale possano esservi, non ha importanza, perché la conoscenza collettiva e progressiva della razza ha conquistato la verità che è stata scoperta e si può sperare che col tempo si libererà dall’errore. E’ quando tenta di applicare le idee alla vita che l’intelletto umano incespica e si trova in imbarazzo.
13. Non chiedete alla ragione di propendere per un’unica idea, ma di fare una combinazione eclettica o un’armonia sintetica, e vi soddisferà; ma, essendoci un numero illimitato di possibili combinazioni ed armonie, essa giustificherà sia l’una che l’altra e la sosterrà o la rovescerà a seconda che lo spirito nell’uomo ne sia attratto o ne rifugga. Perché in realtà è proprio lo spirito dell’uomo a decidere, e la ragione non è che un brillante servitore e ministro di questo sovrano velato e segreto.
14. Ciò che è impossibile o assurdo per la ragione lasciata a se stessa, diventa reale e giusto per la ragione innalzata al di là di se stessa dal potere dello spirito e irradiata dalla sua luce. Allora essa viene dominata dalla mente intuitiva, che è il nostro mezzo per passare ad un ancor più alto principio di conoscenza. La più ampia spiritualità non esclude né scoraggia qualsiasi attività o facoltà umana essenziale, ma piuttosto opera per sollevarle tutte dalla loro imperfezione e dalla loro brancolante ignoranza, le trasforma col suo tocco e le rende strumenti della sua luce, del potere e della gioia dell’essere divino e della natura divina.
15. L’etica comincia infatti soltanto con l’esigenza da parte dell’uomo di qualcosa di diverso dalle sue preferenze personali, dai suoi piaceri vitali e dai suoi interessi materiali; e questa esigenza sembra agire inizialmente su di lui attraverso la sua necessità di rapporti con gli altri, per i bisogni della sua esistenza sociale. Ma che quello non sia il nocciolo della questione è dimostrato dal fatto che l’esigenza etica non quadra sempre con l’esigenza sociale, né la forma etica coincide sempre con la norma sociale. Anzi l’uomo etico è spesso chiamato a respingere e combattere l’esigenza sociale, a rompere, ad abbandonare, a ribaltare la norma sociale. I suoi rapporti con gli altri e quelli con se stesso sono entrambi cause immediate della sua crescita etica; ma ciò che determina il suo essere etico sono i suoi rapporti con Dio, la pressione del Divino su di lui, sia esso nascosto nella sua natura o cosciente nel suo sé superiore o nel suo intimo genio. Egli obbedisce ad un’ideale interiore, non ad una norma esteriore; egli risponde ad una legge divina nel suo essere, non ad una pretesa sociale o ad una necessità collettiva. L’imperativo etico non viene dall’esterno, ma da dentro di lui e sopra di lui.
16. La vita non può arrivare ai suoi segreti traguardi finali seguendo la sue prime forze motrici infrarazionali dell’istinto e del desiderio, perché in quel campo tutto è un brancolare ed un cercare senza trovare, un mondo di brevi soddisfazioni, marchiato col sigillo dell’ insufficienza e della precarietà proprie dell’Inconscio. Ma neppure la ragione umana può dargli ciò che cerca dato che può solo produrre delle mezze luci ed un ordine provvisorio. Perciò la spinta verso l’alto della vita non può restare soddisfatta nell’uomo così com’è, il suo impulso evolutivo non può arrestarsi a questo termine transitorio, a questo mezzo conseguimento. Deve mirare ad una più alta capacità di coscienza, lasciar scaturire dalla vita e dalla mente qualcosa che è ancora latente ed appena abbozzato. I traguardi finali della vita sono spirituali e sono raggiungibili solo nella piena luce del sé e dello spirito liberati. Quella piena luce non è l’intelletto o la ragione, ma una conoscenza per unità ed identità interiori; è la luce innata ed autonoma della coscienza spirituale pienamente sviluppata e, lungo il percorso che porta a tale luce e la prepara, è una conoscenza per intimo contatto interiore con la verità delle cose e degli esseri, una conoscenza intuitiva e nata da una segreta unità. La vita cerca di conoscere se stessa; è solo alla luce dello spirito che può riuscirvi. Essa cerca una guida ed una padronanza illuminata dei propri movimenti; è solo quando trova in sé questo io interiore e questo spirito, e per mezzo suo o in obbedienza ad esso guida i propri passi, che può avere la volontà illuminata di cui ha bisogno e la sicurezza infallibile del comando. E’ solo così infatti che le cieche certezze degli istinti e le ipotesi e le teorie speculative nonché le certezze sperimentali e deduttive della ragione possono essere sostituite dalle certezze spirituali, dalla visione spirituale. La vita cerca l’esaudimento dei suoi istinti d’amore e di compassione, dei suoi aneliti all’accordo ed all’unione, ma questi subiscono le interferenze degli istinti opposti, ed è soltanto la coscienza spirituale, con la sua unità oramai realizzata, che può abolire queste opposizioni. La vita cerca il pieno sviluppo dell’essere, ma può raggiungerlo solo quando l’essere limitato abbia trovato in sé l’intima anima della sua esistenza, ed intorno ad essa il proprio sé di coscienza cosmica, capace di sentire il mondo ed ogni essere in sé e come sé. La vita cerca il potere, ma è soltanto il potere dello spirito e di questa cosciente unità che può darle la padronanza di sé e del suo mondo. Essa cerca il piacere, la fedeltà, la beatitudine, ma le forme infrarazionali di queste sono afflitte da imperfezione, frammentarietà, provvisorietà e sempre si scontrano con i loro opposti. Inoltre la vita infrarazionale reca ancora, nelle sua insensibilità di fondo, ottusità di tempra e debolezza di reazione vibratoria, qualche impronta dell’Inconscio; non può raggiungere la vera
felicità e la beatitudine, né sopportare a lungo i piaceri che riesce ad ottenere, né sa mantenere e reggere le forti intensità di questi stati. Solo lo spirito possiede il segreto di una felicità o di un’estasi incontaminate e permanenti; solo lo spirito è capace di reggere e rispondere alle loro vibrazioni, solo lo spirito può raggiungere e giustificare il piacere o la gioia spirituali dell’esistenza come una delle forme dell’infinita ed universale felicità d’essere. La vita cerca un’armoniosa attuazione di tutti i suoi poteri, ora divisi e in conflitto, di tutte le sue possibilità, le sue parti, i suoi membri; ma ciò è possibile soltanto nella coscienza dell’unico Sé, dello spirito, perché solo nello spirito essi raggiungono la loro piena verità e il loro perfetto accordo, nella luce dell’autoesistenza integrale. Esiste quindi un fine ultimo sovrarazionale della Vita, così come esistono una Verità, una Bontà ed una Bellezza sovrarazionali. Il tentativo di raggiungere tale fine è il significato spirituale di questa Natura-Vita, della sua ricerca e del suo anelito.
17. Ma anche all’interno delle comunità stesse la ragione e la spiritualità sono sempre intralciate e messe in pericolo in questo stadio, dal fatto di esistere in un ambiente e in un’atmosfera che non sono i loro. L’elite, le classi investite di questi poteri, sono obbligate a costringerle entro forme che siano accettate dalla massa dell’ignoranza umana che esse guidano e governano, così tanto la ragione quanto la spiritualità tendono ad essere soffocate da queste forme, a diventare stereotipate, a fossilizzarsi, a perdere vitalità, perché impedite nel loro naturale esprimersi. In secondo luogo, dato che dopo tutto fanno parte della massa, questi elementi superiori illuminati sono essi stessi influenzati dalle loro parti infrarazionali e non arrivano, se non nei singoli, al gioco interamente libero della ragione o alla libera luce dello spirito. In terzo luogo, c’è sempre il pericolo che questi elementi superiori gravitino verso il basso, cioè verso l’ignoranza […].
Questo nuovo ciclo deve tentare di universalizzare anzitutto l’abitudine della ragione e l’applicazione alla vita dell’intelligenza e della volontà intelligente. Così ha inizio l’era razionale della società umana, quel grande tentativo di portare il potere della ragione e dell’intelligenza a governare su tutto ciò che siamo e facciamo ed organizzare, alla loro luce e con la loro forza guida, l’intera esistenza della razza.
18. Infatti l’uomo comune non è ancora un essere razionale; emergendo da un lungo passato infrarazionale, egli non è naturalmente capace di formarsi un giudizio ragionevole, ma pensa o secondo i propri interessi, impulsi e pregiudizi, oppure secondo le idee di altri dotati di un’intelligenza più attiva o di un potere d’azione più rapido, e che sono in grado di esercitare in qualche modo un’influenza sulla sua mente. Inoltre, egli non usa ancora la ragione per giungere ad un accordo con i suoi simili, ma piuttosto per imporre le proprie opinioni attraverso il conflitto e la disputa con le opinioni degli altri. Essenzialmente può utilizzare la ragione per la ricerca della verità, ma di norma questa gli serve per giustificare i suoi impulsi, pregiudizi ed interessi, e sono proprio questi a determinare, o perlomeno a scolorire e sfigurare del tutto i suoi ideali, sempre chè abbia imparato ad averne. Infine, egli non usa la sua libertà per arrivare ad adeguare in modo razionale la sua vita a quella degli altri; la sua tendenza naturale è di far valere gli scopi della sua vita anche a spese, o come si dice eufemisticamente, in concorrenza con la vita degli altri. Viene così a formarsi un abisso fra l’ideale ed i primi risultati della sua messa in pratica. Nasce così una disparità fra fatto e idea che conduce inevitabilmente alla disillusione ed al fallimento.
19. La soluzione non si trova nella ragione, ma nell’anima dell’uomo, nelle sue tendenze spirituali. E’ unicamente una libertà spirituale, interiore, che può creare un ordine umano perfetto. E’ unicamente un’illuminazione spirituale, maggiore di quella razionale, che può dar luce alla natura vitale dell’uomo ed imporre armonia ai suoi egoismi, ai suoi antagonismi e alle sue discordie. Una più profonda fratellanza, una legge d’amore non ancora scoperta, sono i soli fondamenti possibili per una perfetta evoluzione sociale; nient’altro le può sostituire. Ma questa fratellanza e quest’amore non possono avanzare per mezzo degli istinti vitali e della ragione, in cui possono essere affrontati, frustrati e fuorviati da ragionamenti opposti e da altri istinti discordanti. Né potranno trovarsi nel cuore naturale dell’uomo dove risiedono molte altre passioni che vi si oppongono. E’ nell’anima che devono trovare le radici; è un amore fondato su una più profonda verità del nostro essere, una fratellanza o, diciamo – poiché questo è un sentimento diverso da ogni senso vitale o mentale di fratellanza, una forza motrice più calma e durevole – un cameratismo spirituale, che è l’espressione di una realizzazione interiore dell’unità.
20. La volontà centrale di vita dell’uomo è ancora situata nel suo essere vitale e fisico – illuminato, è vero, e controllato in certa misura nei suoi impulsi dai poteri superiori – ma solo parzialmente illuminato, non trasformato; controllato, non dominato ed innalzato su un piano superiore. La vita più elevata è ancora solo una cosa sovrapposta a quella più bassa, un perpetuo intruso nella nostra esistenza normale. L’intruso interferisce continuamente con la vita normale; rimprovera, incoraggia, scoraggia, ammaestra, manipola, regola, solleva solo per lasciar cadere, ma non ha il potere di trasformare, di alchemizzare, di ri-creare. Tutto il malessere, l’insoddisfazione, la delusione, il logoramento, la malinconia, il pessimismo della mente umana vengono dall’insuccesso pratico dell’uomo nel risolvere l’enigma e le difficoltà della sua duplice natura.
21. E’ importante notare questa verità, perché gli errori commessi sul sentiero sono spesso persino più istruttivi di quelli commessi allontanandosi dal sentiero. Come è possibile sovrapporre la vita intellettuale, etica ed estetica (o la somma dei loro moventi) alla natura vitale e fisica e accontentarsi di una dominazione parziale o di un compromesso, così è possibile sovrapporre la vita spirituale (o qualche apparenza di forza spirituale o qualche ascendente di idee e moventi spirituali) alla natura mentale, vitale e fisica e, o impoverire l’esistenza vitale e fisica e persino deprimere quella mentale per concedere all’esistenza spirituale un più facile predominio, oppure venire ad un compromesso e lasciare l’essere inferiore ai suoi pascoli a patto che renda frequente omaggio all’esistenza spirituale, accetti entro certi limiti la sua influenza e la riconosca come lo stato definitivo e la finalità dell’essere umano. Questo è il massimo che la società umana abbia mai fatto in passato, e benchè quella debba necessariamente essere una tappa del viaggio, rimanervi significa non afferrare il vero senso della questione, l’unica cosa necessaria. Non un’umanità che conduca la sua vita ordinaria, come fa ora, appena toccata da influenze spirituali, ma un’umanità che aspiri ardentemente ad una legge che per lei è ancora anormale, finchè tutta la vita non sia elevata alla spiritualità: questa è la strada scoscesa che si presenta all’uomo che vuole raggiungere la perfezione, questa la trasformazione che deve compiere.
22. Infatti il modo di comportarsi dell’umanità nei confronti di un’ideale è di accontentarsene come di un’aspirazione che in genere resta tale e nulla più, e viene accettata solo come influenza parziale. Non si permette all’ideale di plasmare tutta la vita, ma solo di colorirla più o meno; esso viene sovente usato persino come copertura e come pretesto per cose che sono diametralmente opposte al suo vero spirito. Si creano delle istituzioni che si suppone, ma troppo leggermente, incarnino quello spirito, ed il fatto che l’ideale venga mantenuto e che gli uomini vivono sotto l’egidia delle sue istituzioni viene ritenuto sufficiente. Il mantenimento di un ideale diviene quasi un pretesto per non vivere in conformità con esso; l’esistenza delle istituzioni è sufficiente per eliminare la necessità di insistere sullo spirito che le ha create. Ma la spiritualità è per sua natura una cosa soggettiva e non meccanica; non è niente se non è vissuta interiormente e se la vita esteriore non promana da questo vivere interiore. I simboli, i tipi, le convenzioni, le idee, non bastano. Un simbolo spirituale è soltanto un’etichetta senza significato, se la cosa che rappresenta non è realizzata nello spirito. Una convenzione spirituale può perdere o espellere il suo spirito e
diventare così una falsità. Un tipo spirituale può essere uno stampo momentaneo in cui può riversarsi il vivere spirituale, ma è anche una limitazione e può diventare una prigione in cui si fossilizza e perisce. Un’idea spirituale è una forza, ma solo quando è creativa, sia interiormente che esteriormente. Qui dobbiamo allargare ed approfondire il principio pragmatico secondo cui la verità è ciò che creiamo: essa è ciò che creiamo dentro di noi, in altre parole, ciò che diventiamo. Indubbiamente la verità spirituale esiste eternamente al di là, indipendentemente da noi, nei cieli dello Spirito; ma non è di alcuna utilità per l’umanità quaggiù, non diventa verità della terra, finchè non è vissuta.

Tratto da: Il Ciclo umano (Sri Aurobindo)

domenica 17 aprile 2011

IL SENSO DELLA VITA ./. 1*

BARRICATE

Sembra improponibile parlar di Rispetto nella Società in cui stiamo
vivendo; basta guardarsi attorno: dalla Politica sommersa nella
corruzione, alle pilotate operazioni finanziarie, volte perlopiù al
soddisfacimento dei sempre meno e a detrimento dei sempre più.
Che sia il continuo rialzo del costo di una moneta (tra l'altro
ininfluente), all'atteggiamento irresponsabile di un principio morale
di cui la chiesa stessa stenta a mantenere il predominio... è proprio
di rispetto che abbiamo urgente bisogno, ma di un Rispetto diverso
da come ci immaginiamo; ciò che oramai appare inprocrastinabile si
oggettivizza all'interno di ogni individuo, e anche se può risultare
difficoltosa una comprensione a 360 gradi, proprio di questo
dovremmo occuparci!
Il nostro corpo manca di concentrazione (manda segnali continui),
vanta perlopiù una dispersione nell'ambiente esterno per i suoi
piccoli affarucoli personali, ma ha ormai definitivamente perso la
sua magica interazione con la vita sotto ogni forma manifesta.
Ogni nostro pensiero non fa altro che esasperare ogni forma di
protezionismo all'identità; ogni nostra azione rende tutto il nostro
deambulare un triste déjà-vu attitudinale, che se non rischia se
stesso, mostra falle illusorie in ogni precetto educativo!
Ma perchè l'uomo dovrebbe guardarsi dentro? Perchè non
continuare per questa strada?
Forse perchè siamo oramai diventati dei manichini?, burattini di
qualcuno o peggio, di qualcosa che ci governa proprio per la nostra
incapacità di Re\agire?!
La Re\azione dunque; cosa ci ha insegnato sino ad oggi, e cosa ci
può ancora insegnare?
In termini statistici e secondo una metrica tutta umanoide, la
reazione non ha partorito granchè: atti violenti, stimoli spesso
incontrollati di un vitale fine a se stesso (alla difesa della propria
integrità). Ma il problema della Reazione si pone nella sua essenza,
nel principio stesso del reagire... senza dimenticare che NON tutte le
forme reattive vanno interpretate allo stesso modo!
Comunque si reagisca, sia per dimostrare un certo sentimento, sia
per favorire un atteggiamento ideale, la reazione non possiede
troppe qualità evolutive.
Forse è giunto il momento di chiedersi se non si sia già detto tutto
con questo atteggiamento 'protezionistico', sotto questo riflettore
consumato dalla sua stessa luce artificiale.!
Ed è proprio in base a questo artificio, che il rispetto verso qualcosa
cui non siamo abituati a percepire, deve risvegliarsi. Il rispetto per
una forma di apertura che ogni nostro istinto più innato valuta da
sempre come unica soluzione.
Il Rispetto infine, per un corpo che chiede altre collocazioni, che
valuta espansioni diverse dall'acquisizione indebita, dal trito causa-effetto
del solito relativismo; una vita che accoglie il Potere di Fare
non deve spaventarci, ma farci capire che il Potere non l'abbiamo
mai avuto e che molto probabilmente ha da sempre gestito tutto
quello che ci circonda. Chiedere a se stessi di impadronirci di quel
Potere – non per fini personali è ovvio – può e deve esser la Porta
per maturare quel Rispetto che sino ad oggi è sempre mancato!

Fabbri Marco