mercoledì 8 febbraio 2012

LA NATURA DELL'ESSERE

Paradossi


Nell'apparente insolvibile Mare Magnum della nostra incoscienza, non possiamo fare a meno di notare quanto la nostra forma comunicativa sia particolarmente menomata. Una delle ragioni di questo mancato appuntamento con l'empatia è dovuto in gran parte al nostro modo separato di intenderci con tutto, all'indefessa attitudine di prendersi comunque terribilmente sul serio, nel vedere sè stessi come un plus-valore indispensabile alla vita in generale! Ma cos'è in realtà che mantiene in noi questo miraggio ingiustificato? 
Vi sarà certamente capitato di fraintendere durante un discorso tra amici, conoscenti o, semplicemente, con una persona cara.. quello che la persona voleva comunicarvi.!. Oppure quante volte voi stessi pensavate di spiegare in modo chiaro e preparato un concetto e... la persona che vi sta di fronte, non solo non ha capito il succo del discorso, ma ha proseguito la vostra congettura costruendo una sua strada, senza troppo farsi intimidire!
La parola stessa assume in questi casi un valore esagerato (sempre nella sua forma interpretativa), soggetta appunto a diversi stati influenzanti del nostro corpo; per quanto possa sembrare assurdo, una stessa locuzione può disporsi in modo alquanto imbarazzante nel contesto cognitivo, se non addirittura venir interpretata con significato opposto! Oggi prenderemo in esame una parola particolarmente equivoca e, per l'appunto, fraintendibile in più di un'occasione: il termine scelto non è preso a caso, ma costituisce un esempio ottimale su quanto un sostantivo possa subire così tante e ambivalenti significati.! 
Senza entrare troppo nello specifico del perchè questo accada, manteniamo comunque vigile la nostra attenzione sul potenziale significato di certi contesti grammaticali: ciò nonostante non dimentichiamoci che prima della grammatica viene la forma-pensiero e la sua innata collusione con le parti meno evolute del nostro Essere! Con lo scritto che segue non si vuole far altro che dimostrare quanto un termine sia collegabile ad uno stato di coscienza e che, il termine stesso, se analizzato sotto un contesto differente (più universale) assuma o possa assumere ben altri connotati! 
Buona lettura quindi..

A cura di Fabbri Marco






Parte I

[...] L'identificazione è una caratteristica talmente comune, che nell'intento di osservare se stessi, è difficile separarla da altre cose. L'uomo è sempre in stato di identificazione, ciò che cambia è solo l'oggetto della sua identificazione.
L'uomo si identifica con un piccolo problema che trova sul suo cammino e dimentica completamente i grandi scopi che si proponeva all'inizio del suo lavoro. Si identifica con un pensiero e dimentica tutti gli altri. Si indentifica con una emozione, con un umore, e dimentica gli altri suoi sentimenti più profondi. Lavorando su di sè, le persone si identificano talmente con scopi isolati da perdere di vista l'insieme. I pochi alberi più vicini finiscono per rappresentare, per loro, tutta la foresta. L'identificazione è il nostro nemico più terribile, perchè penetra ovunque e ci inganna proprio nel momento in cui crediamo di lottare contro di essa. Se ci è tanto difficile liberarci dalla identificazione, è perchè ci identifichiamo più facilmente con le cose a cui siamo maggiormente interessati. Per liberarsi dall'identificazione, l'uomo deve stare costantemente in guardia ed essere inflessibile verso sè stesso: non deve aver paura di smascherare tutte le sue forme più sottili e nascoste.
E' indispensabile vedere, studiare l'identificazione, al fine di scoprire in noi stessi le radici più profonde. Ma la difficoltà della lotta contro l'identificazione è accresciuta ulteriormente dal fatto che, quando le persone la riconoscono, la considerano una qualità eccellente e le attribuiscono nomi quali 'entusiasmo', 'zelo', 'passione', 'spontaneità', 'ispirazione', ecc. Ritengono che non si possa fare realmente un buon lavoro, in qualsiasi campo, se non in stato di identificazione. In realtà, è un'illusione. In tale stato l'uomo non può fare nulla di sensato. [...]
L'identificazione è l'ostacolo principale al ricordarsi di sè. Un uomo che si identifica è incapace di ricordarsi di sè stesso. Per potersi ricordare di sè, occorre per prima cosa non identificarsi. Ma per imparare a non identificarsi, l'uomo deve innanzi tutto non identificarsi con sè stesso,  non chiamare sè stesso 'io' sempre e in tutte le occasioni. Egli deve ricordarsi che in lui sono due, che c'è lui stesso, cioè 'Io' in lui, e un altro, con il quale deve lottare e che deve vincere se desidera raggiungere qualcosa. Fin quando un uomo si identifica o è suscettibile di identificarsi, è schiavo di tutto ciò che può accadergli. La libertà significa innanzitutto: liberarsi dall'identificazione.[...]

Fine della prima parte... Continua

Tratto da Frammenti di un insegnamento sconosciuto.. 
P.D. Ouspensky






mercoledì 25 gennaio 2012

LA NATURA DELL'ESSERE

LA TERZA FORZA



 LO SVILUPPO DELL'UOMO
Parte II 

[...] La ragione di ciò è che il sapere, quando non è in armonia con l'essere, non potrà mai essere abbastanza grande, o per meglio dire, sufficientemente qualificato per i reali bisogni dell'uomo. Sarà il sapere di una cosa legato all'ignoranza di un'altra; sarà il sapere del particolare legato all'ignoranza del tutto, il sapere della forma che ignora l'essenza. Una tale preponderanza del sapere sull'essere può essere constatata nella cultura attuale. L'idea del valore e dell'importanza del livello dell'essere è stata completamente dimenticata, Non si conprende più che il livello del sapere è determinato dal livello dell'essere. Effettivamente ad ogni livello di essere corrispondono determinate possibilità di sapere, ben definite. Nei limiti di un certo 'essere' la qualità del sapere non può essere cambiata; solo è possibile l'accumularsi di informazioni di una sola e medesima natura. Un cambiamento della natura del sapere è impossibile senza un cambiamento della natura dell'essere. [...]
[...] Esteriormente l'essere dell'uomo ha molti differenti aspetti: attività o passività; veracità o malafede; sincerità o falsità; coraggio, vigliaccheria; autocontrollo, sfrontatezza; irritabilità, egoismo, disposizione al sacrificio, orgoglio, vanità, presunzione, assiduità, pigrizia, senso morale, depravazione; tutte queste caratteristiche e molte altre compongono l'essere di un uomo.
Ma tutto questo nell'uomo è interamente meccanico. Se egli mente, questo significa che egli non può fare a meno di mentire. Se dice la verità, questo significa che non può fare a meno di dire la verità, e così è per tutto. Tutto accade; un uomo non può fare niente, nè interiormente nè esteriormente. [...]
[...]  In generale l'equilibrio dell'essere e del sapere è anche più importante di uno sviluppo separato dell'uno o dell'altro. Poichè uno sviluppo separato dell'essere o del sapere non è in alcun modo desiderabile. Benchè sia precisamente questo sviluppo  unilaterale che sembra attrarre particolarmente la gente.
Allorchè  il sapere predomina sull'essere, l'uomo sa, ma non ha il potere di fare. E' un sapere inutile. Al contrario, quando l'essere predomina sul sapere, l'uomo ha il potere di fare, ma non sa che cosa deve fare. Così l'essere che egli ha acquisito non può servirgli a nulla e tutti i suoi sforzi saranno stati inutili. Nella storia dell'umanità, troviamo numerosi esempi di intere civiltà che perirono sia perchè il loro sapere superava il loro essere, sia perchè il loro essere superava il loro sapere.
Lo sviluppo della linea del sapere senza uno sviluppo corrispondente della linea dell'essere, produce un debole Yogi, voglio dire un uomo che sa molto, ma che non può fare niente, un uomo che non comprende ciò che egli sa, un uomo che non ha possibilità di apprezzamento, voglio dire: incapace di valutare le differenze fra un genere di sapere e un altro. E lo sviluppo della linea dell'essere senza uno sviluppo corrispondente del sapere produce uno stupido santo. E' un uomo che può fare molto, ma non sa come fare, nè con che cosa; e se fa qualche cosa, agisce schiavo dei suoi sentimenti soggettivi che lo possono far sbagliare, fargli commettere gravi errori, in realtà, fargli fare il contrario di ciò che vuole. nell'uno e nell'altro caso, tanto il debole Yogi  che lo stupido santo arrivano ad un punto morto. Essi sono diventati incapaci di ogni ulteriore sviluppo.
Per afferrare questa distinzione e in generale la differenza di natura del sapere e dell'essere e la loro interdipendenza, è indispensabile comprendere il rapporto del sapere e dell'essere presi insieme, con la comprensione. Il sapere è una cosa, la comprensione è un'altra. Ma la gente confonde spesso queste due idee, oppure non vede nettamente dove sta la differenza. [...] La comprensione dipende dalla relazione tra il sapere e l'essere. La comprensione risulta dalla congiunzione del sapere e dell'essere. Di conseguenza l'essere ed il sapere non debbono divergere troppo, altrimenti la comprensione risulterebbe molto distante dall'uno e dall'altro: quindi la relazione tra il sapere e l'essere non cambia per un semplice accrescimento del sapere. Essa cambia solamente quando l'essere cresce parallelamente al sapere. In altri termini, la comprensione non cresce che in funzione dello sviluppo dell'essere. [...]
Tuttavia una persona esercitata all'osservazione di sè, sa con certezza che in differenti periodi della sua vita ha compreso una stessa idea, uno stesso pensiero, in modo totalmente diverso. Sovente le sembra strano, di aver potuto comprendere così male ciò che adesso crede di comprendere così bene. E, ciò nonostante, si rende conto che il suo sapere è rimasto lo stesso, e che oggi non sa niente più di ieri. Che cosa dunque è cambiato? E' il suo essere che è cambiato. Quando l'essere cambia anche la comprensione deve cambiare.
La differenza tra il sapere e la comprensione ci diventa chiara quando ci rendiamo conto che il sapere può essere funzione di un solo centro. La comprensione, invece, risulta dalla funzione di tre centri. Così l'apparecchio del pensiero può sapere qualcosa. Ma la comprensione appare soltanto quando un uomo ha il sentimento  e la  sensazione di tutto ciò che si ricollega al suo sapere.
Abbiamo già parlato della meccanicità. Un uomo non può dire di comprendere l'idea della meccanicità quando la sa soltanto con la testa. La deve sentire, con tutta la sua massa, con l'intero suo essere. Allora la comprenderà. [...]


Tratto da: Frammenti di un insegnamento sconosciuto - P.D. Ouspensky















martedì 10 gennaio 2012

LA NATURA DELL'ESSERE



LA TERZA FORZA

 
Parte I
Come negare che la maggioranza delle persone che si incontrano, abbiano in comune un'innata insofferenza verso lo sforzo, la disciplina, o semplicemente verso tutto ciò comporta un cambiamento delle nostre abitudini! Questa ardua sentenza - dimostra, (semmai ve ne fosse ancora bisogno) una volta ancora, tutti i limiti che la nostra biologia umana ha raggiunto.. L'inquietante e quantomeno evidente nostro modo di sopravvivere quotidiano, mostra con sempre più  disagio, la mescola di inconsistente energia che la nostra vuota esistenza è divenuta. Certo, l'ipocrisia che distingue la falsità a cui siamo oramai quasi in toto assoggettati, nasconde abbastanza efficacemente qualsiasi sforzo per notare oltre, foss'anche solo una scelta personale nel cambiare un punto di vista ideale!
Ciò che ad ogni modo non riesce a penetrare nell'habitat mentale umano, scorge la sua fallibilità proprio nell'atteggiamento dis\locato del punto di vista soggettivo..!
Oggi dunque - continuiamo a valutare la nostra triste collocazione sociale nella collettività, con un giudizio che non può che esser colpevole, proprio per il suo carattere separato dal restante che ci circonda. In definitiva è come se conoscessimo solo una parte del nostro osservato, non riuscendo così a penetrare nella vera 'comprensione' delle cose!
Per comprensione ovviamente non s'intende il ricatto mentale a cui perennemente siamo sottoposti; qui l'alcova deterministica subisce una curiosa scossa evolutiva e con lei la linearità che il nostro osservare (ambiente esterno) comporta.
La conscia cultura di questo pianeta, sembra esser arrivata alla conclusione che, proprio trattandosi di una crisi evolutiva e non di una crisi morale, si debba riunire le nostre forze al fine di concentrare il nostro potenziale in quello che sino ad oggi è stato ingiustificatamente snobbato: l'approccio al corpo e ai suoi insondati misteri!
Misteri che resteranno tali se la predominanza mentale e suoi relativi suffissi (vitali, subconsci, inconsci) non cederanno il passo ad un 'Essere' più integrato.
Un'umanità meno in conflitto tra essa può avvertire questo nuovo senso di completezza solo a patto che abbandoni l'attaccamento alla sua met\a\à più conosciuta! Un valore temuto ingiustamente sino ad oggi come immorale, cela nel suo contenuto intrinseco, cellulare, 'la porta' per un domani meno frustrante, tra nuove comprensioni che suggeriscono sempre meglio quale scelta va fatta.. senza troppi dubbi da sostenere, senza quella angosciante paura che un corpo non ascoltato vuole comunicarci!

A cura di Fabbri Marco


LO SVILUPPO DELL'UOMO

[...] Lo sviluppo dell'uomo si effettua secondo due linee, 'sapere' ed 'essere'. Ma affinchè l'evoluzione avvenga correttamente, le due linee devono procedere insieme, parallele l'una all'altra e sostenersi reciprocamente. Se la linea del sapere sorpassa troppo quella dell'essere, e se la linea dell'essere sorpassa troppo quella del sapere, lo sviluppo dell'uomo non può farsi regolarmente; prima o poi deve fermarsi. "La gente afferra ciò che si intende per 'sapere'. Si riconosce che il sapere può essere più o meno vasto e di qualità più o meno buona. Ma questa comprensione non viene applicata all'essere. Per essi l'essere significa semplicemente "l'esistenza" che contrappongono alla "non esistenza". Non comprendono che l'essere può situarsi a livelli molto differenti e comportare diverse categorie. Prendete per esempio l'essere di una pianta. Sono due esseri differenti. L'essere di una pianta e quello di un animale e quello di un uomo. Ma due uomini possono differire nel loro essere più ancora di quanto un minerale e un animale differiscono tra loro. E questo è proprio ciò che le persone non comprendono. Non comprendono che il sapere dipende dall'essere. E non soltanto non lo comprendono, ma non lo vogliono comprendere. In modo particolare nella civiltà occidentale, si ammette che un uomo possa avere un vasto sapere, che per esempio egli possa essere un illustre sapiente, autore di grandi scoperte, un uomo che fa progredire la scienza, e nello stesso tempo possa essere, meschino, invidioso, vanitoso, ingenuo e distratto. Sembra normale che un professore debba dimenticare dappertutto il suo ombrello. Eppure è proprio questo il suo essere. Ma si ritiene, in occidente, che il sapere di un uomo non dipende dal suo essere. Le persone accordano un valore massimo al sapere, ma non sanno accordare all'essere un valore eguale e non si vergognano del livello inferiore del loro essere. Non si comprende neppure ciò che questo significhi. Non si comprende che il grado del sapere di un uomo è in funzione del grado del suo essere. 
"Allorchè il sapere sorpassa di troppo l'essere, esso diventa teorico, astratto, inapplicabile alla vità; può anche diventare nocivo, perchè invece di servire la vita e aiutare le persone nella lotta contro le difficoltà questo sapere comincia a complicare tutto; di conseguenza non può che apportare nuove difficoltà, nuovi turbamenti ed ogni sorta di calamità che prima non esistevano.[...]


Continua..
Tratto da: Frammenti di un insegnamento sconosciuto (P.D. Ouspesnky)






giovedì 15 dicembre 2011

L'AVVENTURA DELLA COSCIENZA




SOTTO IL SEGNO DEGLI DEI
Parte IV
Beethoven e Rimbaud, o magari San Giovanni, non possono certo essere il culmine dell'evoluzione, altrimenti la vita sarebbe totalmente priva di senso: chi non si rende conto infatti che le opere di quei grandi ci appaiono ammirevoli proprio perchè la vita è invece miserabile? Tutte queste opere ci dicono che la vita di lassù, con i suoi milioni di uccelli d'oro e le sue musiche divine, è tanto più bella di questa. Tutto succede lassù: ma qui? Qui la vita continua come prima. si dirà che quei pensieri sublimi, quelle poesie, quei quartetti, quegli istanti divini che abbiamo intravisto, hanno un peso maggiore di tutte le ore delle nosre vite messe insieme: ed è vero, appunto! Ma è la conferma che la nostra vita è orribilmente povera, oppure che il fine della vita non risiede nella vita. Noi però abbiamo bisogno anche di una verità nel corpo e nella terra, non solo di una verità al di sopra della nostra testa. Non cerchiamo ricreazioni, vogliamo una ri\creazione. Tutto si è svolto finora come se il progresso evolutivo individuale consistesse nella scoperta di piani di coscienza sempre più alti, di qualche isola d'illuminazione privata nel bel mezzo della trivialità economicistica; poi, una volta lassù, ci si rifugia nella musica e chi nella poesia, chi nella matematica e chi nella religione... E chi proprio non se la fa, via in vacanza su uno yacht o nella cella di un monastero: ognuno con la sua feritoia e il suo hobby. Come se la vita e il corpo servissero solo ad evadere dalla vita e dal corpo. Basta guardare le nostre vite: quando mai ci stiamo dentro? Stiamo sempre o nel prima o nel dopo, nel ricordo o nella speranza; mai nel durante - il presente è così miserabile e grigio che neanche sappiamo se esista davvero, se non per l'appunto in quegli istanti che non sono più vita. Non c'è niente da rimproverare alle chiese: tanto, viviamo già tutti e di continuo nell'aldilà; le chiese che ci propongono soltanto un aldilà meglio organizzato. Lo diceva anche Rimbaud: 'LA VITA VERA E' ALTROVE'.
La vita, non un qualche lontano aldilà silenzioso ed estatico, la vita soltanto è il campo del nostro lavoro.  Arrendendosi all'evidenza che le cime della coscienza non servono a fare della vita una vita vera. Giunti al Surmentale, troviamo la gioia e un'immensità che canta, ma non una vita meno insopportabile. Quando siamo lassù in cima alla coscienza - vediamo come stanno le cose, sappiamo; ma una volta ridiscesi nella Materia, è come acqua nella sabbia. Abbiamo spedito il nostro veicolo spaziale al sommo del nostro cielo spirituale, abbiamo cantato il meglio che c'è nell'uomo senza preoccuparci dei livelli inferiori, soddisfatti se il bruto dentro di noi dorme abbastanza sodo da non turbare i nostri sogni divini - ecco perchè la vita continua ad essere così brutale, come noi del resto. Sperare in un cambiamento nella vita dell'uomo senza un cambiamento nella natura umana è impresa irrazionale e non spirituale. E' un'illusione irreale e antinaturale, un miracolo impossibile. 
Ecco il motivo per cui le nostre isole di luce vengono sempre invase dalla barbarie interiore o da cancri sornioni: come accadde ad altre isole che si chiamavano Atene o Tebe. E' questo il motivo per cui muoiono: come se il Signore dell'evoluzione ci ficcasse ogni volta il naso nella terra per ricordarci che se abbiamo trovato la luce soltanto lassù non abbiamo trovato tutta la luce. La vita non muore per consunzione: muore perchè la sprechiamo, perchè non la troviamo. Da secoli e secoli siamo saliti lassù, abbiamo conquistato isole e isole, e trovato solo metà del Segreto: e così ogni volta è stata la rovina. Ma non perchè la storia non serve a niente, nè per punirci delle nostre 'colpe', nè per espiare un improbabile Peccato Originale: magari è per farci trovare quaggiù, nella Materia, l'altra metà del Segreto. Incalzati dalla Morte e dall'Incoscienza, in fondo al Male, la chiave della vita divina. Trasformare la barbarie e la notte di quaggiù, non bandirle dalla nostra isola. Dopo l'ascesa della coscienza, la discesa. Dopo l'illuminazione lassù, la gioia quassù: la trasformazione della Materia. 
Possiamo dire che solo quando il cerchio si chiuderà e i due estremi si congiungeranno, quando il più alto si manifesterà nel più materiale - la Realtà suprema al centro dell'atomo - l'esperienza sarà davvero conclusa. Si direbbe che non si possa capire davvero se non si capisce con il corpo. [...]

Tratto da: L'avventura della Coscienza - ed. Mediterranee







domenica 27 novembre 2011

L'AVVENTURA DELLA COSCIENZA



SOTTO IL SEGNO DEGLI DEI
Parte III

[...] E' così che milioni di idee-forza si dividono il mondo: comunismo e individualismo, non violenza e forza guerriera, epicureismo ed ascetismo... Ognuna è una sfaccettatura della Verità divina, ognuna un raggio di Dio. In nessuna c'è errore assoluto: ci sono soltanto divisioni della Verità. Certo, potremmo vedere la verità di tutte e farne una sintesi; ma qualunque sintesi non raggiungerà mai l'unità, perchè sarà pur sempre una sintesi mentale: un minestrone, non un'unità. Ognuna sarà il prisma che serve appunto a dimostrare come tutti i colori abbiano origine da un'unica luce; ma intanto, in PRATICA, i colori nel mondo restano divisi: tutte le forze emanate sul piano surmentale avranno le caratteristiche di questa divisione originaria.
E' opportuno sottolineare che non si tratta qui di risolvere un problema teorico o una questione filosofica: siamo di fronte ad un FATTO COSMICO. Si tratta  di un fenomeno organico, come le spine sul dorso dell'istrice. Affinchè la divisione cessi bisogna far sparire il prisma. Il perchè della divisione è proprio questo: il mondo resterà sempre ineluttabilmente diviso finchè il principio mentale (dalla sua espressione più bassa alla più alta, dalla Mente comune al Surmentale) continuerà a dominare il mondo.
Si può comunque concepire che in un futuro più o meno prossimo s'incarni sulla terra una coscienza surmentale perfetta, o anche diverse coscienze surmentali. Tutta la parte umana meno evoluta si potrebbe raccogliere attorno a questi centri luminosi e vivere armoniosamente; in questo mondo la vita potrebbe cambiare e ci sarebbe una specie di unità. Ma si tratterebbe di un'unità nell'ambito di un solo raggio luminoso: alcuni resterebbero ad esempio nel raggio della Bellezza pura, altri in quello, poniamo, di un Comunismo integrale fondato sull'amore fraterno (ma, visto l'andamento dell'evoluzione, è purtroppo abbastanza probabile che siano raggi di una luce ben dura, centrati attorno a un'ideologia economica o titanica). Ma pur ammettendo che nel mondo si accendano focolai divini, la loro unità non soltanto andrebbe a scapito della variegatissima diversità della vita, ma si troverebbe minacciata dall'oscurità circostante. Tendiamo infatti sempre a dimenticare la disparità di livello evolutivo che esiste tra gli uomini, sempiterna falla nelle mura delle nostre utopie: questi centri di grazia sarebbero ISOLE DI LUCE nel corpo di un'umanità meno evoluta, che tenderebbe di continuo a impadronirsene, oscurando o livellando quella luce privilegiata. Sappiamo tutti qual'è stato il destino della Grecia e di Roma accerchiate dal  mondo barbaro. Si direbbe che, per una legge evolutiva molto saggia, l'evoluzione del mondo sia legata alla totalità del mondo e che niente si possa salvare a meno che tutto non si salvi. Le scomuniche e gli inferni sono invenzioni di un'ignoranza puerile, così come i paesi della cuccagna, sia di quaggiù che di lassù: non può esistere un paradiso finchè un solo essere umano sta all'inferno! Esiste soltanto UN Uomo. E poi, volendo anche supporre che una di queste isole di luce possa resistere alle incursioni esterne grazie al Potere che ne è all'origine, niente ci assicura che la protezione duri più a lungo del Potere che l'ha originata. La storia di tutti i movimenti religiosi, iniziatici, occulti e cavallereschi nel mondo, ci mostra con sufficiente evidenza che dopo la morte del Maestro e dei suoi diretti iniziati tutto si deforma, si volgarizza, si livella, si disperde o muore. la legge della 'gravitazione verso il fondo' sembra finora insormontabile. Bisogna quindi che sia trasformata tutta la vita - e non solo un fascio di luce privilegiata o un'isola felice -, se vogliamo che l'evoluzione trionfi. Per questo occorre però un altro Potere, che sia in grado di resistere alla gravitazione: un altro principio di coscienza indiviso e globale, in grado di contenere l'incalcolabile diversità della vita senza tuttavia mutilarla. Se invece che da un punto di vista collettivo guardiamo l'evoluzione dal punto di vista dell'individuo, ci rendiamo conto che anche in questo caso il Surmentale non garantisce quella pienezza di vita a cui l'uomo aspira. Se il fine dell'evoluzione è quello di sfornare più Beethoven e Rimbaud - magari assieme a qualche super-Platone - , non possiamo impedirci di giudicarlo un ben povero risultato, dopo tanti milioni di anni di sforzi e dopo tanti miliardi d'indivisui sprecati strada facendo. [...]


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A cura di Fabbri Marco









venerdì 18 novembre 2011

L'AVVENTURA DELLA COSCIENZA



SOTTO IL SEGNO DEGLI DEI
Parte II 

[...] Ma se l'evoluzione è evoluzione della Coscienza, possiamo immaginare che l'umanità non rimarrà per sempre allo stadio mentale di oggi. Possiamo supporre che la mente s'illuminerà, che diventerà sempre più intuitiva, e che forse, alla fine, si aprirà al Surmentale. Un'umanità surmentale, ci diremmo dovrebbe essere in grado di padroneggiare le varie complessità della vità. Il Surmentale è una coscienza da dei, è la coscienza dei più grandi profeti che l'umanità abbia avuto - è una massa di luce stabile: sembrerebbe perciò che in questa luce sublime tutto dovrebbe finalmente trovare la propria armonia. 
Purtroppo ci sono due fatti che vengono a contraddire questa speranza: uno è la disparità di livello tra gli individui, l'altro è insito nella natura stessa del Surmentale: Il Surmentale può sembrare certo straordinariamente potente, se paragonato alla nostra mente comune; ma si tratta di una superiorità a un livello DELLA STESSA QUALITA': fa parte cioè sempre del principio mentale, anche se di una Mente al suo apogeo. Il Surmentale può dilatare i confini umani, non cancellarli; può divinizzare l'uomo, ma anche COLOSSALIZZARLO: perchè se l'uomo lascia che sia l'ego, e non l'anima, ad usare di questa potenza, l'ego farà di lui un superuomo nietzschiano, non un dio. Non è una coscienza ingigantita che ci occorre, ma UN'ALTRA coscienza.
Ma supponiamo pure che l'uomo accetti di obbedire all'anima e non all'ego: di sicuro il Surmentale non ce la farà a cambiare la vita, per le stesse ragione per cui non ce l'hanno fatta nè Cristo nè tutti gli altri grandi profeti. Il Surmentale infatti non è un principio di coscienza nuovo: è lo stesso principio che ha governato la nostra evoluzione dalla comparsa dell'uomo in poi. E' da lì che sono venute tutte le idee più nobili, le più alte forze creatrici. E' da millenni che viviamo sotto il segno degli dei, sia attraverso la voce dei profeti e delle religioni, sia attraverso quella dei poeti e dei grandi artisti. Ed è evidente che nessuno di loro ha cambiato il mondo, anche se può averlo migliorato. Possiamo forse dire che la nostra vita sia più vivibile di quella degli ateniesi?
Il fallimento del Surmentale dipende da varie ragioni. Prima di tutto da un principio di divisione. Avevamo detto, sì, che il Surmentale è una massa di luce stabile, che vede l'armonia cosmica e l'unità cosmica poichè dovunque vede la luce come in se stesso. Dobbiamo pure aggiungere che non si tratta di un principio di divisione nell'unità. Il Surmentale vede bene che tutto è uno, ma proprio per la struttura della sua coscienza non può impedirsi, nella pratica, di dividere l'unità. Vede tutto, ma vede tutto dal proprio punto di vista. Basta considerare le contraddizioni, sia pure apparenti, nelle parole dei profeti per accorgersi che ognuno ha visto sì l'unità, ma ognuno DAL SUO PUNTO DI VISTA. La loro coscienza è come un faro che spazza il mondo e che può comprendere tutto nel suo fascio di luce, senza lasciare neanche una zona d'ombra; ma è pur sempre un cono di  luce che finisce in un punto.
Ciò dà origine ad una serie di esperienze o visioni divine in apparenza inconciliabili: le une vedono dappertutto il Divino cosmico, le altre il Trascendente extra-cosmico, altre ancora il Dio interiore ovunque. Oppure proclamano la verità di un Dio personale e quella di un Dio impersonale, la verità del Nirvana e la verità dell'Amore, la verità della Forza, della Bellezza, dell'Intelligenza - le verità insomma di tutte le innumerevoli sette e chiese, degli innumerevoli saggi o visionari che ci hanno trasmesso il Verbo. E sono tutte verità divine, sono tutte esperienze assolutamente vere, assolutamente autentiche; ma ognuna è solo un raggio della luce totale. Ovviamente tutti i profeti ispirati sono abbastanza saggi da vedere la verità anche nelle espressioni divine altrui - hanno certo più saggezza delle loro chiese e dei loro fedeli -; ma restano pur sempre legati all'inadeguatezza fondamentale di una coscienza che non può fare a meno di dividere, proprio come il prisma non può fare a meno di scomporre la luce. La coscienza che si esprime nell'ambito mentale (dalla Mente comune al Surmentale) può infatti sperimentare soltanto UNA verità, una alla volta e basta. E' questo che esprimono tutte le mitologie, passate o presenti: ogni dio è l'incarnazione di un potere cosmico e di uno solo : amore, saggezza, distruzione, conservazione... Buddha esprime il Nulla trascendente e vede solo il suo nulla, Cristo esprime la Carità amorosa e vede solo la carità, e così via. Eppure ognuna di queste verità, per quanto alta, è solo UN ASPETTO della Verità. E così la verità surmentale, già parziale di per sè, più scende da un piano all'altro per tradursi nella vita, più parziale diventa: partita dalla divisione, sfocerà in una divisione superlativa: è inevitabile. Da Buddha ai suoi 'veicoli', da Cristo alle innumerevoli sette cristiane, il meccanismo è evidente. E questo non accade solo nell'ambito religioso o spirituale, ma in tutti i campi, perchè la funzione del Surmentale è propro quella di sfruttare al massimo UNA possibilità, una sola: Dà a ciascuna possibilità piena soddisfazione e un pieno sviluppo separato... Può conferire all'intelletto la più austera intellettualità, alla logica la più spietata e tagliente logicità. Può dare alla bellezza la passione più splendida in luminose forme, spalancando alla coscienza che la riceve le supreme altezze e gli abissi dell'estasi. [...]


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sabato 5 novembre 2011

L'AVVENTURA DELLA COSCIENZA


Se la verità nascosta della nostra nascita nella Materia è un rivelarsi dello Spirito sulla terra, se ciò che è avvenuto nella Natura è fondamentalmente un'evoluzione della coscienza, allora l'uomo così com'è non può costituire il termine ultimo di tale evoluzione, essendo egli espressione troppo imperfetta dello Spirito, ed essendo la Mente una forma e uno strumento troppo limitati. La Mente è soltanto un termine intermedio della coscienza, l'essere mentale può essere soltanto un essere di transizione. Perciò, se non sarà capace di oltrepassare lo stato mentale, l'uomo verrà superato dal manifestarsi di un Sopramentale e di una sovraumanità che prenderanno la guida della creazione. Se la mente umana sarà invece in grado di aprirsi a ciò che la supera, allora non ci sarà motivo che non sia l'uomo stesso ad arrivare allo stato sopramentale o che non possa almeno prestare la propria mente, la propria vita e il proprio corpo all'evolversi di questo termine superiore dello Spirito e al suo manifestarsi nella Natura.


SOTTO IL SEGNO DEGLI DEI


[...] Tutti hanno sempre sperato che scienza e coscienza riunite ci avrebbero portati ad un'umanità migliore e ad una vita più armoniosa. Ma la vita non si cambia coi miracoli, si cambia con gli strumenti. E noi abbiamo un solo strumento: la mente. Sono le nostre idee ad organizzare le scoperte della scienza. Perciò, a voler guardare con occhio sgombro il futuro, senza lasciarci ingannare dalle circostanze nè dagli apparenti trionfi del momento - altri trionfi hanno preceduto quelli d'oggi: a Tebe, ad Atene, a Babilonia -, vale la pena di osservare un po' da vicino il nostro strumento, la Mente. Perchè da quel che essa è dipende il nostro futuro. In effetti tutto sembra predisposto perchè le idee più belle, i piani creativi più alti, i più puri atti d'amore vengano automaticamente sfigurati, contraffatti, insudiciati, appena calano nella vita. Non c'è niente che arrivi giù puro. Mentalmente abbiamo già inventato le ricette più mirabili; ma la vita non ne ha mai voluto sapere. Quarant'anni dopo Lenin, per limitarci alla presente civiltà, che cosa resta degli ideali comunisti? Che rimane di Cristo sotto il cumulo dei dogmi e degli anatemi? Socrate è stato costretto ad avvelenarsi e Rimbaud a fuggire in Abissinia. Sappiamo bene che fine hanno fatto i falansteri della nonviolenza. I Catari sono finiti sul rogo. E la storia gira su se stessa come un Moloch. Magari siamo noi il trionfo finale dopo tanti fallimenti; ma di quali altri trionfi non siamo il fallimento? E' una cronologia di vittorie o di sconfitte, la nostra? La sostanza della vita sembra irrimediabilmente deformante: tutto viene sepolto come dalle sabbie d'Egitto, tutto si livella al gradino più basso, come per una irresistibile 'gravitazione verso il fondo'. E' chiaro che la Mente non è in grado di far mutare in modo radicale la natura umana. Potremo cambiare le istituzioni umane all'infinito, ma l'imperfezione finirà sempre per mandare in pezzi le nostre istituzioni... Ci vuole un altro potere, che non solo sappia resistere a questa gravitazione verso il fondo, ma vincerla.
Ma anche se le nostre idee potessero calare intatte nella vita, potrebbero al massimo trasformarla in una caserma - magari in una caserma santa, confortevole, pia, ma pur sempre caserma: perchè la Mente sa fabbricare solo dei sistemi e in quei sistemi vuole rinchiudere tutto. Alle prese con la vita, la Mente diventa empirica e dottrinaria; afferra un brandello di verità, un goccio d'illuminazione divina, e ne fa una legge uguale per tutti - confonde l'Unità con l'uniformità. E anche quando capisce che la diversità è forse necessaria, nella pratica è incapace di gestirla, perchè la Mente è in grado di gestire soltanto ciò che è invariabile e finito, mentre il mondo scoppia di un'infinita varietà. Anche le idee sono parziali e insufficienti, il loro trionfo è certamente assai limitato; ma se per caso s'imponessero, il loro completo successo sarebbe tuttavia deludente, perchè non rappresentano la totale verità della vita e di certo non riuscirebbero a gestire la vita nè a renderla migliore. La vita sfugge alle formule e ai sistemi che la nostra ragione le impone; si rivela troppo complessa, troppo colma d'infinite potenzialità per lasciarsi tiranneggiare dall'arbitrario intelletto umano... Le radici della difficoltà stanno nel fatto che la vera base di tutta la nostra vita e della nostra esistenza, all'interno come all'esterno, è qualcosa che l'intelletto non potrà mai controllare: l'Assoluto, l'Infinito. Dietro a qualunque cosa nella vita c'è un Assoluto verso cui a modo suo essa è protesa; mentre tutto ciò che è finito si sforza di esprimere un Infinito percepito come propria reale verità. Per di più non soltanto ogni classe, ogni tipo, ogni tendenza della Natura è costretta a cercare a suo modo la propria verità; ma ogni individuo vi apporta le proprie varianti. Perciò non esiste soltanto un Assoluto in sè, un Infinito in sè che guarda la propria espressione in tante forme e tendenze; ma esiste anche un principio di potenzialità con varianti infinite assolutamente sconcertanti per l'intelligenza razionale: perchè l'intelletto è in grado di amministrare soltanto ciò che è invariabile e finito. Nell'uomo questa difficoltà tocca il suo acme. Infatti l'uomo non soltanto ha possibilità illimitate, non soltanto ognuno dei suoi poteri e tendenze ricerca a suo modo il proprio assoluto ed è perciò insofferente di ogni rigido controllo da parte della ragione; ma le gradazioni, metodi, combinazioni di tali poteri variano da individuo ad individuo. Quindi ogni uomo appartiene non solo alla comune umanità, ma anche all'Infinito che è dentro di lui; ogni uomo è perciò unico. Questa essendo la realtà della nostra esistenza, la ragione intellettuale e la volontà intellettiva non sono in grado di gestire sovranamente la vita, anche se al momento attuale esse possono ancora essere il nostro più affinato strumento e hanno comunque avuto suprema importanza e utilità nella nostra evoluzione [...]
CONTINUA..


A cura di Fabbri Marco
Tratto dall'Avventura della Coscienza - Ed. Mediterranee